Al contrario di Mosca, le chiese diverse di Kiev non sono allineate al potere
Le loro foto hanno fatto il giro del mondo: tre monaci che, con icone e crocifissi, si mettevano in mezzo tra la polizia e i manifestanti. E sono state le campane della cattedrale di San Michele ad allertare Kiev, nella notte del 30 novembre scorso, quando durante il primo tentativo della polizia di sgomberare il Maidan la cantante pop Ruslana, una delle leader della piazza, ha mandato un sms ai monaci. I religiosi hanno dato rifugio ai manifestanti in fuga dai manganelli, curando i feriti. di Anna Zafesova
5 AGO 20

Le loro foto hanno fatto il giro del mondo: tre monaci che, con icone e crocifissi, si mettevano in mezzo tra la polizia e i manifestanti. E sono state le campane della cattedrale di San Michele ad allertare Kiev, nella notte del 30 novembre scorso, quando durante il primo tentativo della polizia di sgomberare il Maidan la cantante pop Ruslana, una delle leader della piazza, ha mandato un sms ai monaci. I religiosi hanno dato rifugio ai manifestanti in fuga dai manganelli, curando i feriti. Gli osservatori russi erano sconvolti: “I nostri pope li avrebbero consegnati alla polizia”, era uno dei commenti più diffusi sui social network.
La chiesa ucraina è protagonista della rivoluzione in corso. Anzi, le chiese, perché in un paese dilaniato da divisioni linguistiche, culturali ed economiche la religione non poteva essere da meno. Tra le sue due tradizioni storiche, Kiev sembra propendere più verso l’“orizzontalità” polacca che la “verticalità” russa, e ospita ben 5 chiese cristiane maggiori. L’ovest cattolico è diviso tra le parrocchie di rito romano e di rito greco. E gli ortodossi riproducono la scissione politica: la chiesa ucraina del patriarcato di Mosca, unica riconosciuta da Costantinopoli, rivendica un’unità canonica con il patriarca Cirillo, lo scismatico patriarca Filaret guida la chiesa indipendente. Ha fatto una strepitosa carriera moscovita arrivando a un passo dal trono, ma dopo aver sostenuto il golpe comunista nel 1991 (ammette i suoi legami con il Kgb, inevitabili per i vescovi sovietici) diventa un fervente indipendentista. Scomunicato da Mosca sia per le sue posizioni politiche sia per i gossip sulla sua vita privata, a quanto pare dominata (insieme alla diocesi) da una signora che abita con lui, fonda la chiesa ortodossa che parla ucraino.
Tutto il contrario dell’allineamento al potere di stampo moscovita, la vita religiosa a Kiev ripercorre le spaccature politiche, nell’eterno dilemma ucraino, tra colpi bassi, parrocchie contese e intrighi. Ma nel dramma del Maidan, che si consuma a poche centinaia di metri dalla riva del Dnepr dove la Rus’ nel 988 si convertì al cristianesimo, i religiosi sono apparsi insolitamente unanimi, condannando le violenze e offrendosi come mediatori e garanti di un negoziato. Filaret si è perfino rifiutato di ricevere una medaglia per i suoi 85 anni, ma nonostante questo è stato omaggiato da Yanukovich. Al Maidan pregano preti e monaci di tutte le giurisdizioni.
A pochi passi, alla Lavra, il rinomato monastero rimasto fedele al patriarca di tutte le Russie, sono esposti i controversi “doni dei Magi”, che hanno fatto il tutto esaurito a Mosca e Minsk, ma a Kiev vengono adorati da pochi fedeli convinti che il Maidan sia “satanico”. Il metropolita “filorusso” Pavel paragona Yanukovich a Cristo, ma è solo una “posizione personale”, lo apostrofano i superiori, attenti a non sembrare la “quinta colonna” e sordi all’idea di un intervento russo dei “falchi” del patriarcato, che nel dibattito sul futuro europeo dell’Ucraina vedono la riesumazione della contesa con i cattolici per strappare Kiev alla “civiltà cristiana orientale”. Filaret, più pragmatico, replica: “Nonostante i suoi difetti come il matrimonio gay l’Europa è meglio della Russia”.
di Anna Zafesova